Una delle ragioni, secondo l’Ania, è la dilatazione del concetto di malpractice medica operata dai tribunali. Ma anche…
«Dilatazione del concetto di malpractice medica operata dai tribunali (che negli anni hanno continuamente incrementato il valore dei risarcimenti), scarsa prevenzione o risk management da parte degli ospedali, incremento esponenziale delle liti e crescente attivismo di strutture di infortunistica e legali». Secondo l’Ania sono stati questi i motivi che hanno incrementato il costo dei risarcimenti e spinto le compagnie a chiudere le saracinesche a nuovi contratti.
L’Ania ha precisato in un suo dossier, «che la carenza dell’offerta assicurativa riguarda soprattutto la cosiddetta Rc sanitaria, cioè la copertura della responsabilità civile per le strutture ospedaliere, mentre le polizze di protezione dei medici (Rc medica) sono normalmente reperibili senza particolari problemi. Le protezioni, in quest’ultimo caso, sono più circoscritte, riguardano quasi sempre l’eventualità di una colpa grave da parte del personale sanitario. Certamente per le professioni mediche più a rischio e quelle che si svolgono al di fuori del Servizio Sanitario Nazionale i premi possono raggiungere importi elevati. Ma le polizze si trovano».
L’abbandono di questo mercato da parte delle compagnie italiane è avvenuto soprattutto negli ultimi 4-5 anni. Ad allontanare gli assicuratori non è stato solo il repentino aumento dei costi, ma anche la crescente complessità tecnica nel definire il giusto premio. Affinché un rischio sia assicurabile è necessario poterlo stimare, prevederne con buona approssimazione l’entità e la frequenza.
Nel caso della malpractice medica risulta difficile valutare il rischio a causa delle tante variabili che rendono incerta questa operazione. «L’iter dei sinistri nella malasanità può durare molti anni, anche per effetto della lunghezza dei processi che nei casi più gravi e controversi sono associati alle richieste di risarcimento. Ma i premi vengono pagati in anticipo», sottolinea l’Ania, che chiede anche «una stabilità nelle pronunce della magistratura». I giudici, precisa l’Ania, non si sono attenuti in tutta Italia agli stessi criteri, per cui «lo stesso cittadino danneggiato e affetto dalla stessa invalidità si può veder riconoscere importi diversi a seconda del tribunale competente».
ALCUNI CASI DI CRACK – I casi di compagnie italiane (per esempio Faro Assicurazioni) e straniere che hanno incontrato difficoltà in questo settore sono numerosi. Ania ricorda, in particolare, l’intervento nel 2012 della cassa centrale dei Lloyd’s (il fondo di garanzia del mercato londinese) per coprire le insolvenze subite dall’assicuratore dei Lloyd’s Marketform per effetto dei disastrosi effetti della malpractice italiana (nel 2009 Marketform aveva riportato perdite per 90 milioni di sterline con un disastroso combined ratio del 194,3%.
C’è anche il caso di City Insurance, compagnia rumena, bloccata dall’Isvap nel luglio del 2012 con la disposizione del divieto di assumere nuovi affari. La compagnia, ha spiegato l’organo di vigilanza, era caratterizzata da «una governance solo formale in Romania e una governance sostanziale della società, stabilmente insediata in Italia, e attuata attraverso l’attività di alcuni intermediari». Oltre a questo, al 30 settembre 2011 erano stati registrati premi per 8,4 milioni di euro non versati nelle casse della società, ma rifluiti verso altre destinazioni. Dai verbali dell’autorità di vigilanza è risultata anche la mancata trascrizione nel registro, al 31 marzo 2011, di premi lordi per 9,8 milioni relativi agli anni 2009 e 2010 di euro con conseguente ammanco di imposte, per circa 770.000 euro.
Fabio Sgroi
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