martedì 05 Maggio 2026

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MALPRACTICE MEDICA: PER L’ANIA E’ “UN GRANDE CAOS”

Assicuratori che si ritirano, contenziosi fra medici e pazienti che aumentano, la difficoltà di censire i rischi, un Governo che non decide. Questo e altro nell’analisi dell’associazione delle imprese assicurative.

 

Gli ospedali e le strutture sanitarie dicono addio, o quasi, agli assicuratori. Secondo i dati dell’Ania, nella maggior parte delle regioni italiane gestiscono ormai in autoassicurazione i rischi di Rc causati dal proprio personale sanitario. Soltanto in Valle d’Aosta e in provincia di Bolzano ci si affida integralmente a un assicuratore per coprire la Rc. In alcune regioni, per la verità, vige un sistema per così dire “misto”, dove l’intervento di un assicuratore è richiesto solo per gestire i sinistri più gravi (normalmente da 250.000-500.000 euro in su). I dati dell’Ania si riferiscono alla fine del 2012 e registrano anche una diminuzione dei premi in questa tipologia di coperture. In particolare, il calo è dell’ordine del 4,3% a 288 milioni di euro. Nel 2012 i premi complessivi incassati sono stati circa 543 milioni di euro (+3,6% rispetto all’anno precedente). Questo dato include le polizze sottoscritte direttamente dai medici (255 milioni, +14%).

La scelta delle regioni di “fare a meno” degli assicuratori è da imputare all’entità delle franchigie. «Se formalmente sono ancora in vigore trattati assicurativi regionali, nei fatti la grande maggioranza dei sinistri è passata in carico direttamente alle Asl o a fondi regionali», fa notare l’Ania, che sottolinea anche il fatto che si tratta «di una risposta, in molti casi disordinata, all’emergenza causata dalla crescita dei premi assicurativi e, spesso, anche dalla mancanza di un assicuratore disposto a prendere il rischio di perdere soldi nella malasanità degli ospedali italiani». Proprio per scongiurare questo rischio, le compagnie italiane di fatto si sono ritirate da questa tipologia di mercato e oggi sono rimasti solo pochi operatori esteri.

In Parlamento, intanto si continua a discutere sull’obbligo di assicurazione a carico delle strutture sanitarie, senza tuttavia giungere a una soluzione accettabile. Secondo l’Ania, c’è la volontà di «tenere il più possibile indenne il personale sanitario dai rischi della med-mal trasferendone la gran parte dell’onere sulle spalle del Servizio Sanitario Nazionale. E rendendo pertanto più facilmente gestibile quell’obbligo di copertura individuale della Rc dei medici che una recente normativa ha stabilito a partire dal prossimo agosto. E da cui sono stati esentati, secondo quanto prevede il decreto legge “per la semplificazione e la crescita del paese” approvato a fine giugno 2014 dal Governo, i medici del Servizio sanitario nazionale».

INDAGINI SU PRESUNTI CASI DI MALPRACTICE E I DUBBI DELL’ANIA – Una ricerca del 2011 coordinata da Riccardo Tartaglia, responsabile del Centro rischio clinico della regione Toscana, evidenzia che il 5,2% dei ricoverati nelle strutture sanitarie italiane sono soggetti a circa 500.000 “eventi avversi”, che ogni anno causerebbero la morte di circa 45.000 persone. La ricerca è stata effettuata utilizzando un campione di solo 5 ospedali, ma è sostanzialmente coerente con altri studi in materia condotti a livello internazionale. Poi c’è una stima del Consorzio universitario per l’ingegneria nelle assicurazioni del Politecnico di Milano: su 8 milioni di pazienti, ben 320.000 (circa il 4%) hanno denunciato danni più o meno gravi.

L’Ania, però, fa notare che «queste cifre indicano soltanto che qualcosa non è andato per il verso giusto, che l’effetto delle cure non è stato quello desiderato». Cifre molto più circoscritte si ricavano dal report del ministero della salute del 2013 sui cosiddetti “eventi sentinella”. Per il periodo 2005-2011 sono pervenute 1.442 segnalazioni di questo tipo giudicate valide, con un tasso di mortalità dei pazienti del 36,8%. «Se questo è il perimetro dei potenziali “errori”», si chiede l’Ania, «quanti di questi ricadono sotto la responsabilità di medici e strutture sanitarie e ancora, quale contenzioso alimentano da parte dei pazienti che si ritengono danneggiati? È la sostanza del problema, un’area che si potrebbe collocare tra gli eventi “avversi” e quelli “sentinella” ma sulla quale esistono le interpretazioni più divergenti».

Per l’Ania «non è chiaro ciò che esattamente si debba intendere per med-mal in Italia visto che le pronunce della magistratura hanno nel tempo continuamente cambiato, dilatandoli, i confini delle pratiche censurabili, assoggettandole a un obbligo sempre più gravoso di risarcimento. Per non parlare dell’attivismo degli avvocati e degli studi di infortunistica fonte di un contenzioso in continua crescita (30.000 liti ogni anno) che la giustizia civile non riesce a smaltire in tempi accettabili. Con 3 milioni 829 mila casi pendenti dei tribunali civili a fine 2010 (ha segnalato nel 2013 un report del Consiglio d’Europa) le corti italiane sono le meno efficienti del continente».

AUTOASSICURAZIONE – L’Ania esprime dei dubbi anche sui rischi direttamente presi in carico dalle regioni che hanno imboccato la strada dell’autoassicurazione. «Al loro censimento dovrebbe provvedere l’Agenas, Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, cui la legge affida il compito di consolidare le informazioni sulla med-mal provenienti dagli enti locali e che sta svolgendo un compito meritorio sul campo. Ma è soltanto un organo consultivo senza poteri di imposizione e nulla può contro l’autonomia delle singole regioni spesso restie a comunicare i propri dati», sottolinea l’Ania.  Tuttavia si ha notizia di adozioni di schemi misti di copertura dei rischi provvedendo per proprio conto alla gestione dei sinistri più lievi e affidandosi a un assicuratore per gestire i risarcimenti di maggiore entità. I modelli, in questo caso sono diversi: gestione diretta (che prevede procedure di risk management, accantonamenti di fondi e la presa in carico dei pazienti anche per gestire la fase successiva a un evento avverso), autoassicurazione limitate alla prevenzione dei rischi e alla gestione dei sinistri con l’appostazione di specifici fondi). Non mancano, evidenzia l’Ania, «casi in cui la gestione dei sinistri, in assenza di fondi di garanzia o di pratiche di risk management, è talmente rudimentale da configurare uno status effettivo di non assicurazione».

L’Ania sostiene che con queste premesse è «arduo stimare il costo sociale ed economico della malpractice che secondo alcuni centri di ricerca potrebbe giungere a circa 2 miliardi l’anno, sommando i premi assicurativi pagati dalle amministrazioni degli ospedali al risarcimento diretto dei sinistri che rimangono a loro carico per le franchigie contenute nelle polizze o per le scelte di autoassicurazione».

Fabio Sgroi

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