ULTIME NORMATIVE IVASS. CALAPRICE: «ALCUNE REGOLE SONO SACROSANTE, ALTRE INACCETTABILI E AVVILENTI PER GLI INTERMEDIARI». L’OBBLIGO DI DISCLOSURE SULLE COLLABORAZIONI? «E’ UN’ABERRAZIONE»

11 Giugno 2021

L’avvocato del foro di Milano, che opera nel settore assicurativo: «A volte non è solo l’operatività degli intermediari che viene intaccata, introducendo nuovi obblighi informativi o nuovi incombenti, ma qualcosa di più profondo: la dignità e la libertà di una professione socialmente indispensabile e diventata insensatamente “burocratizzata”».    

 

Ivan Dimitri Calaprice

«Il Provvedimento Ivass 97/2020 e il Regolamento Ivass 45/2020? Hanno introdotto tante regole e sarebbe intellettualmente disonesto affermare che siano tutte giuste o tutte sbagliate. Alcune sono sacrosante. Altre di impatto neutro e altre ancora obiettivamente inaccettabili e avvilenti». È l’opinione di Ivan Dimitri Calaprice, avvocato del foro di Milano che opera nel settore assicurativo prestando consulenza, con un focus particolare sui temi legati alla distribuzione a distanza, a imprese e intermediari italiani e comunitari, comparatori e, da ultimo, start up del comparto insurtech.

Il tema è più che mai attuale anche se sono trascorsi due mesi e mezzo dall’entrata in vigore delle nuove normative tanto discusse e che, secondo le associazioni di categoria degli intermediari, starebbero condizionando l’operatività sul campo degli stessi. «A volte non è solo l’operatività degli intermediari che viene intaccata, introducendo nuovi obblighi informativi o nuovi incombenti, ma qualcosa di più profondo: la dignità e la libertà di una professione socialmente indispensabile e diventata, per certi versi, insensatamente “burocratizzata”», afferma Calaprice. Con lui Tuttointermediari.it ha parlato anche di collaborazioni orizzontali.

Domanda. Quali sono, a suo parere, i punti più critici, nel senso di difficile applicazione? Partiamo con il Regolamento 45/2020.

Risposta. Una premessa fondamentale: anche il Regolamento 45, come gran parte della regolazione assicurativa e non solo, deriva dalla necessità di dare attuazione di dettaglio a leggi che, a loro volta, costituiscono attuazione di norme europee. È importante ricordarlo perché, a volte, si dimentica che certe regole non le introduce l’Ivass di sua iniziativa ma la stessa è, invece, deputata a introdurle a partire da norme nazionali o europee che le impongono di farlo. Bisogna riconoscere che, molto spesso, il risultato non è dei più gratificanti per chi queste stesse regole deve usarle nel quotidiano proprio perché, a monte, la norma primaria, italiana o comunitaria, non brilla per chiarezza. E proprio perché, a valle (negli uffici di via del Quirinale) non si possono fare miracoli. Altre volte accade però il contrario. E questo testo ne è un esempio. Il Regolamento 45 è figlio di norme nazionali e sovranazionali di ampio respiro e tutto sommato, nella loro concezione originaria, molto semplici. Il senso, in estrema sintesi è: le imprese e gli intermediari devono costantemente monitorare la coerenza dei prodotti che collocano rispetto alle esigenze del mercato e valutare se le strategie distributive siano adeguate. Ma da un complesso di regole comunitarie molto semplici, come detto, e anche condivisibili nei loro obiettivi, si è giunti, pian piano, a un complesso di regole italiane molto più complesse e che dà le vertigini.

D. Un esempio pratico?

R. Il tema del mercato di riferimento. Si vadano a leggere, nell’ordine l’articolo 25 comma 1 della Idd (direttiva Ue 2016/97), che introduce il tema generale, l’articolo 5 del Regolamento delegato Ue 2358/2017, che disciplina nel dettaglio questo stesso aspetto, e l’articolo 30 decies commi 4, 5 e 6 del nostro Codice delle Assicurazioni che lo disciplina ulteriormente per l’Italia. E poi si vada a leggere, magari tutto d’un fiato, l’articolo 12 del Regolamento 45 che sembra, incredibilmente, scritto da un appassionato di enigmistica. Dalla regola europea, per cui ogni prodotto deve avere un mercato di riferimento, si arriva alla norma italiana di matrice regolamentare per cui i mercati di riferimenti diventano quattro o addirittura sei in caso di collaborazioni orizzontali. Questa regola viene, poi, “condita” con obblighi informativi macchinosi che non facilitano, ma decelerano qualunque operatività. Vorrei essere chiaro: credo che chiunque pensi che la tutela del cliente sia la bussola che deve guidare qualunque attività. Ma è anche innegabile che troppe volte, in nome di questo principio, si creano, a tutti i livelli, regole, procedure e obblighi davvero asfissianti e inutili. Fino ad arrivare persino all’effetto opposto rispetto a quello prefissato.

D. Sul Provvedimento 97/2020, invece, quale è la sua opinione?

R. Iniziamo col dire che un provvedimento che modifica cinque Regolamenti, di cui la maggior parte vigenti da nemmeno tre anni è l’evidenza più chiara del fatto che c’è qualcosa che non funziona. Il continuo sparigliare delle carte del gioco, solo in parte imposto da regole nazionali e comunitarie, crea molta confusione e sconforto per tutti. Detto questo, penso che il quadro sia estremamente variegato e che sia difficile farsi un’opinione a senso unico. Introdurre, per esempio, l’obbligo per le imprese comunitarie di indicare nel preventivo gratuito personalizzato la propria adesione o mancata adesione alla Card, e di specificare cosa ciò comporti, è qualcosa che riporta a etica ed equilibrio il sistema. Era qualcosa che serviva e la cui mancanza aveva creato rischi di effettive alterazioni del mercato, specie nelle vendite on line. Al contrario, aumentare il numero dei documenti informativi “di presentazione” dell’intermediario è, invece, qualcosa di cui si poteva fare serenamente a meno. Leggere, poi, nella relazione di presentazione, che questo intervento avrebbe lo scopo di razionalizzare e semplificare gli obblighi a carico degli operatori lascia di stucco.

D. Le ultime Faq dell’Ivass su queste normative ritiene che siano esaustive in merito agli argomenti trattati oppure lasciano qualche lacuna?

R. In generale penso che le Faq rappresentino uno strumento pericoloso. Più rischi che vantaggi. Perché, se la finalità virtuosa, che ne giustifica l’esistenza, è quella di dare risposte a dei dubbi sull’applicazione delle norme, l’effetto pratico che si è registrato nel tempo è stato invece tutt’altro: quello di creare nuove regole o quantomeno di indurre il mercato a ritenere che di questo si tratti. Non si può negare che ciò sia già accaduto. Dimenticando che le Faq, sebbene siano importanti perché chiariscono meglio il “pensiero” del regolatore, non rientrano nella gerarchia delle fonti del diritto. E dunque non solo non hanno alcuna efficacia vincolante, ma sono qualcosa alla cui applicazione ci si può sottrarre se l’effetto finale è quello di creare nuove regole. Rispondo alla sua domanda: le Faq sulle ultime novità mi hanno rafforzato ancora di più nel convincimento che siano uno strumento che vada maneggiato con cura. Perché lasciano sempre la percezione che rappresentino un nuovo e ulteriore distinto set di regole. Cosa che non può essere e non deve essere.

D. Si è molto parlato e si continua a parlare dell’obbligo di disclosure dell’intermediario nei confronti della propria clientela e delle imprese relativamente alle collaborazioni orizzontali. Quale è la sua opinione al riguardo?

R. Penso, senza mezzi termini, che sia una aberrazione contro cui qualunque intermediario, a prescindere dal colore del proprio impegno sindacale o associativo, ammesso che se ne abbia uno, debba far sentire la propria voce. Anche qui la finalità dichiarata dall’Ivass per giustificare questo nuovo incombente (garantire l’applicazione delle regole di Pog e i connessi flussi informativi che devono intercorrere tra imprese e intermediari) è virtuosa e condivisibile. Impeccabile in punto di diritto. Ma l’effetto pratico che riverbera rischia di essere deleterio. Perché un intermediario sarà di fatto costretto a svelare alle imprese con cui collabora il 100% delle proprie strategie commerciali. La domanda, banalissima, è se questo sia giusto. La risposta, altrettanto scontata, è no. Non è diritto. È buon senso. A me la vicenda ricorda molto il tema dell’invadenza di talune compagnie all’indomani delle norme sul divieto di monomandato. Ricorderà che fino al 2014 alcune compagnie obbligavano contrattualmente i propri agenti a comunicare l’assunzione di nuovi incarichi. Intervenne l’Antitrust e si mise un freno a questa pratica. Perché dare questa informazione, in fondo, rappresentava una pratica troppo invasiva nella dimensione operativa di questi intermediari. Uno stato di cose che alterava il mercato, creava tensioni e paure e rischiava di vanificare la ratio della legge Bersani, che l’aveva introdotta.

D. Lei, tra l’altro, in passato è stato molto critico in merito al divieto di collaborazione tra intermediari imposto dall’istituto di vigilanza…

R. È vero. E lo sono tuttora. È l’esempio più clamoroso di quanti e quali danni possa fare l’uso delle Faq. Il divieto di collaborazione non era scritto in alcuna norma né primaria, né di fonte Ivass, fino a quando proprio in qualche Faq, nel 2006, l’istituto di vigilanza ne parlò, orientandosi nell’accreditare l’esistenza di un divieto che non era scritto da nessuna parte. Un insigne giurista scrisse che quella indicazione doveva essere trattata come mera opinione. Ma il mercato l’ha percepita e applicata come legge. Tutto, senza fiatare e senza distinzioni alcune. Poi, nel 2012, è intervenuta una norma (l’articolo 22 comma 10 del D.L. 179/2012) che ha legittimato quello che “sembrava” essere vietato. Ma non lo era affatto neanche prima. La norma era, però, peggiore delle Faq. Scritta malissimo. E quando le norme si scrivono male non si capisce come bisogna applicarle e si creano prassi e pratiche che sottraggono valore a tutti, anziché darlo. Nel 2016, nella relazione di presentazione di un provvedimento che trattava tutt’altra materia (quella dei reclami) l’Ivass è tornata a occuparsi del tema, dando una nuova opinione sui perimetri di applicabilità della legge. E, a mio avviso, è tornata a fissare dei paletti che la legge non prevede. Quello del numero di anelli della catena di intermediari nelle collaborazioni. Nel 2018, con il Regolamento 40 sono state dettate regole per queste collaborazioni, denominate “orizzontali” e anche allora, con l’articolo 42 comma 6, è stata introdotta una nuova “regoletta”, non prevista dalla normativa primaria, secondo cui certe forme di collaborazione non sono assimilabili alle altre. Il senso di questa regola eccezionale viene spiegato altrove, ma restano aree grigie importanti. La morale è: da una suggestione che non aveva alcuna forza di legge (qualche Faq) è nata una girandola di equivoci, leggi scritte male, nuove interpretazioni opinabili e nuove “regolette” davvero oscure. Un tema semplice semplice come quello delle collaborazioni orizzontali è diventato inutilmente complesso.

D. Ritiene ci siano margini da parte dell’Ivass di rivedere qualche aspetto legato al Regolamento 45/2020 e al Provvedimento 97/2020?

R. Abbiamo un Codice delle assicurazioni, centinaia di testi fra regolamenti, provvedimenti, leggi e “leggine”. Ritengo che il sistema di produzione delle norme su due livelli sia fallace nel complesso. Ma la “colpa” è del Codice delle Assicurazioni, che questo metodo lo ha creato. Sulla carta avrebbe dovuto semplificare. Nei fatti, spesso, ha complicato. Troppe regole, a volte troppo difficili da comprendere e dunque troppo difficili da applicare. Le normative di cui parliamo sono solo le ultime due tessere di un mosaico nel complesso molto brutto da vedere. Non ho fiducia che ci saranno grandi rivoluzioni, se non per il tema delle collaborazioni orizzontali. Per tutto il resto ritengo che imprese e intermediari dovranno solo avere il garbo e l’audacia di interloquire con fermezza con il Regolatore quando quest’ultimo verrà a chiedere conto di eventuali anomalie nell’applicazione di queste regole. Non tutte di intuibile e lineare applicabilità. E, si sa, fra le pieghe delle ambiguità sono nascoste le migliori ragioni di dialogo in ottica difensiva.

Fabio Sgroi

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