PAPARELLA: «ECCO PERCHE’ HO LASCIATO AIBA. IL PASSAGGIO IN ACB? CREDO DI POTER DARE ANCORA DIVERSI CONTRIBUTI ALLA NOSTRA CATEGORIA…»

4 Giugno 2021

Per l’ex presidente (cinque mandati) dell’Associazione italiana brokers di assicurazioni e riassicurazioni è iniziata una nuova avventura: come membro della giunta dell’Associazione Categoria Brokers. «Che oggi è in crescita in termini di numero degli iscritti e dove l’esercizio democratico è consentito», puntualizza in questa intervista, dove parla anche delle nuove normative Ivass, del futuro dei broker e anche di…  

 

Francesco Paparella

È stato presidente di Aiba (Associazione italiana brokers di assicurazioni e riassicurazioni) dal 1995 al 1997, dal 1999 al 2004, dal 2007 al 2013. In tutto cinque mandati. Ha vissuto in qualità di presidente le celebrazioni dei 30 e dei 40 anni dell’associazione più rappresentativa della categoria dei broker.

Ecco perché ha destato molto clamore, qualche settimana fa, l’elezione di Francesco Paparella a membro del consiglio direttivo e poi la cooptazione a membro della giunta di Acb (Associazione di categoria brokers). Per intenderci, l’altra associazione di categoria dei broker. E mai il diretto interessato avrebbe potuto immaginare il suo addio all’associazione di cui rappresenta (la storia parla) un’istituzione; figuriamoci il passaggio nell’altra sponda. Ma, nella vita, mai dire mai.

Paparella, che dal 2019 è vicepresidente di Consubrokers spiega, in questa intervista a Tuttointermediari.it, il motivo di questa scelta, non nascondendo tutta la sua delusione. Ora è tempo di guardare avanti e di mettere al servizio di Acb tutta la sua esperienza e conoscenza del settore.

Domanda. È pronto per la nuova avventura?

Risposta. Più che una nuova avventura considero la mia elezione nella giunta di Acb una prosecuzione della precedente esperienza in Aiba. Del resto dopo essermi dedicato all’Aiba e in generale alla categoria dei broker dall’inizio degli anni Ottanta e fino al 2018 lasciare proprio del tutto mi sembrava qualcosa di improbabile.

D. Ecco, entriamo subito nel merito. Perché ha lasciato l’Aiba?

R. È successo nel giugno del 2018, contestualmente all’assemblea dell’associazione che ha approvato le varianti di statuto verso le quali io sono stato da sempre contrario. Aver eliminato la possibilità di conferire deleghe ai presenti in assemblea ha privato del diritto di voto il 90% degli associati. Tenga conto che alle assemblee di Aiba storicamente i presenti non sono mai stati oltre il 10%-12% degli iscritti. Ne è derivato pertanto il venir meno di qualsiasi capacità democratica dell’associazione, in quanto al voto vanno solo i presenti. E sono sempre gli stessi: i grandi broker e una serie di broker medio-piccoli che comunque seguono la vita dell’associazione. È evidente che, togliendo la possibilità di conferire deleghe e quindi di esprimere il voto, il presidente dell’associazione venga deciso dai grandi broker, che sono coesi nell’assumere decisioni, dal momento che sono pochi. Ma non è finita qui, perché oltre a questo tipo di variante è stata introdotta una nuova modalità di elezione del presidente, del vice presidente e della giunta, tutti eletti non più dal direttivo, ma direttamente dall’assemblea. In questo modo è pressoché impossibile che in giunta ci sia una voce dissonante rispetto a quella del presidente e degli altri, al contrario di quanto avveniva in passato, quando proprio nella giunta si sono sempre espressi dei punti di vista differenti che hanno comunque arricchito la possibilità dell’associazione di fare una politica più condivisa. Non è detto, infatti, che le idee di uno siano sempre quelle giuste. C’è di più: presidente, vice presidente e giunta adesso rispondono all’assemblea e non più al direttivo che prima, invece, li eleggeva. In questo modo è impossibile procedere per esempio a un impeachment del presidente perché per destituirlo occorre fare un’assemblea a cui partecipa peraltro solo il 10% degli iscritti. Insomma, una volta approvate queste due varianti di statuto non c’erano più le condizioni per rimanere iscritto in Aiba, perché al contrario significava avallare questo tipo di scelte. Così sono uscito dal direttivo e alla fine del 2018 ho escluso la mia azienda dall’associazione.

Francesco Paparella interviene in qualità di presidente di Aiba a un convegno sulla sanità organizzato nel 2012 dall’associazione

D. Lei è stato l’unico ad assumere la decisione di uscire dall’associazione?

R. In parecchi, in questi anni, sono andati via e infatti sono cresciute le adesioni ad Acb. Quest’ultima mantiene uno statuto uguale a quello che aveva l’Aiba prima della riforma e l’esercizio democratico è consentito così come lo era a suo tempo in Aiba. Questo è il motivo per cui oggi mi ritrovo in Acb.

D. Quando è approdato in Acb, precisamente?

R. La mia azienda, nei mesi scorsi, è confluita nella Consulbrokers spa, di cui sono vice presidente, società quest’ultima associata Acb. Io mi sono candidato ad aprile e a maggio ci sono state le elezioni. Sono stato eletto prima nel direttivo e poi cooptato nella giunta esecutiva.

D. Si dice che la differenza fra Aiba e Acb stia nel fatto che la prima annovera i grandi broker mentre la seconda rappresenta più che altro i broker di piccola e media dimensione…Quanto è vera questa affermazione?

R. Dall’interno posso dirle che non è proprio così. In realtà ormai quasi tutte le maggiori società di brokeraggio con capitale italiano sono associate ad Acb. Non c’è solo Assiteca… E c’è di più: in questi anni l’associazione ha raggiunto una rappresentatività a livello nazionale, nel senso che ormai tutte le regioni italiane sono presenti attraverso gli associati. Vero è che l’Aiba conta 1.400 soci rispetto ai 400 di Acb, ma è altrettanto vero che Aiba è stata fondata più di 50 anni fa, mentre Acb a settembre dell’anno scorso ha celebrato il 25esimo anniversario dalla nascita. Non è facile recuperare questo gap ma, rispetto ad anni fa, adesso è possibile fare un raffronto sulla rappresentatività delle due associazioni. Oggi, il dato di fatto è che Acb è in crescita in termini di numero degli iscritti, mentre Aiba è in flessione e questo è dovuto anche all’attività frenetica di acquisizione da parte dei grandi broker.

D. Quale contributo pensa di poter dare ad Acb?

R. Credo di poter portare diversi contributi. Ho sempre sostenuto che le associazioni non servano agli iscritti di grande dimensione, che hanno la loro struttura e quindi sono in grado di gestire pienamente la loro operatività. Le associazioni sono più funzionali agli iscritti di piccola e media dimensione, che in questo momento vivono situazioni molto complesse. Le recenti e nuove normative dell’Ivass sono tali per cui l’attività di contorno a quella che dovrebbe essere il ruolo primario del broker, cioè fare consulenza ai propri clienti, diventa preponderante rispetto al resto, con una serie di adempimenti formali che in qualche maniera dimostrano come la volontà politica non solo italiana, ma direi europea, è quella di diminuire il numero dei liberi intermediari, facendoli in qualche modo confluire in strutture molto grandi. C’è solo un aspetto, a mio parere, che dà speranza al futuro dei broker medio-piccoli: in Italia, il tessuto industriale a cui noi ci rivolgiamo per il 95% è costituito da Pmi. Sono convinto che la categoria dei broker ha e avrà ancora spazio in futuro, a patto che chiaramente faccia una serie di passi avanti. Intanto dobbiamo privilegiare l’aspetto consulenziale all’intermediazione tout court, tenuto conto che se andiamo a leggere i documenti europei e quelli nazionali, oggi si parla di distributori di prodotti assicurativi. Io mi rifiuto di essere considerato un distributore di prodotti. Io faccio il consulente assicurativo e il mio obiettivo è quello di risolvere i problemi dei miei clienti con prodotti assicurativi che vado a reperire sul mercato o che addirittura predispongo io per le compagnie. Non distribuisco un prodotto come fanno gli agenti assicurativi; ritengo che questo aspetto debba essere valorizzato.

D. Le ultime normative Ivass (in particolare il Regolamento 45/2020 e il Provvedimento 97/2020), a detta di agenti e broker, sembrano complicare l’attività di intermediazione sul campo…E Acb sta portando avanti una vera e propria battaglia in questo senso…

R. Assolutamente sì. Condivido quello che Acb ha fatto e sta facendo, d’accordo con il Sindacato nazionale agenti, anche se considero la nostra un’associazione datoriale e non sindacale. Detto questo, le perplessità dello Sna sono le stesse che abbiamo noi in merito alle normative di nuova introduzione. Lamento soltanto il fatto di esserci svegliati un po’ tardi per chiedere di rinviare l’applicazione delle nuove norme. Probabilmente c’è stata una intempestività dovuta anche al problema della pandemia che ha immobilizzato il Paese. Tra l’altro, una delle problematiche legate a queste nuove norme, ed è uno degli argomenti che dimostra la mia giusta scelta nel lasciare l’Aiba, sta per esempio nella questione delle collaborazioni orizzontali. L’Aiba, spingendosi oltre rispetto al parere dell’Ivass, ha addirittura messo nero su bianco in un proprio documento che le collaborazioni orizzontali “a tre” non sono consentite. Per intenderci: questo tipo di collaborazione è rappresentato per esempio da un broker di Londra che chiude un binder con un sottoscrittore e lo mette a disposizione di un’agenzia di sottoscrizione italiana, che a sua volta si rivolge a un broker retail. L’Aiba sostiene che questo sia vietato, più che altro perché ai grandi broker internazionali la collaborazione orizzontale “a tre” non serve, in quanto hanno l’accesso diretto attraverso le loro strutture locali sia al mercato inglese, sia al mercato riassicurativo. Invece questo tipo di collaborazione è utile per il broker italiano “classico”, specialmente in un momento come quello attuale dove le grandi compagnie stanno limitando ai piccoli broker l’accesso diretto al mercato assicurativo. Il rischio è l’esclusione dei broker medio piccoli che così saranno costretti a diventare produttori dell’agente. Questo è un ulteriore vulnus che evidentemente va gestito. Soluzioni? Sicuramente facilitare l’accesso al mercato per esempio a livello consortile, fare massa critica pur rimanendo indipendenti e diventare un interlocutore per la grande compagnia.

D. Sulle nuove normative Ivass, secondo lei, ci sono ancora margini per fare un passo indietro o rivedere qualcosa? Oppure a questo punto occorre accettare tutto cosi come è?

R. Non vedo margini, ma neanche si può accettare tutto cosi come è. Esistono strumenti, laddove si vada veramente al di fuori della logica più che della norma, per far valere i propri punti di vista. È evidente che ormai quello che l’Ivass ha scritto rimane. Si potrà e si dovrà lavorare anche attraverso tavoli aperti per cercare di interpretare in modo logico quello che sulla carta logico non appare. L’importante è continuare a parlarsi.

D. Secondo le recenti dichiarazioni di Luigi Viganotti, presidente di Acb, c’è stato proprio un problema di interlocuzione con le istituzioni…

R. Certo e vuole sapere il perché? Purtroppo agli stessi tavoli venivamo invitati separatamente e questa è una cosa gravissima perché si segue il principio del “divide et impera”. Nel momento in cui l’Ivass incontra l’Aiba e quest’ultima dice che va tutto bene e poi incontra l’Acb e questa solleva qualche dubbio è chiaro che l’authority dà ragione all’associazione più rappresentativa. La cosa corretta da fare è che a questi tavoli ci si sieda tutti insieme.

D. Come immagina il futuro dei broker? Fino a poco tempo fa si sosteneva che per le società di piccola e media dimensione esistevano due strade: specializzarsi o farsi acquisire. Quale è la sua opinione?

R. Il broker specializzato, se è professionalmente qualificato, lo spazio ce l’avrà sempre; stesso discorso per il broker del piccolo territorio che opera con le aziende locali. Fatta questa premessa suggerirei una terza via. Invece di essere acquisiti, fenomeno che peraltro continuerà a verificarsi, si può tentare la strada del consorzio: broker che mettono insieme una serie di professionalità che ognuno ha maturato mettendo a fattor comune per esempio dei servizi che possono essere accentrati, come per esempio la gestione dei sinistri, gli aspetti amministrativi, il sistema informatico. Tutto questo può consentire un risparmio di scala mantenendo l’indipendenza e la proprietà del portafoglio. L’unica criticità che vedo è il mettere insieme persone diverse con mentalità diverse e con la certezza che non cannibalizzino i clienti l’uno con l’altro. Su questo, l’associazione potrebbe avere un ruolo importante fornendo per esempio delle linee guida su come seguire questa strada. Credo che un’associazione debba essere portatrice di strumenti concreti e innovativi, che valorizzino sia la professionalità, ma anche l’organizzazione.

Fabio Sgroi

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