Oggi continua a esserci una marcata eterogeneità nei risultati tecnici, differenza che «non è attribuibile all’efficienza operativa, ma all’eccellenza tecnica nella valutazione e gestione del rischio». In questo senso, l’adozione di nuove tecnologie e l’integrazione di variabili predittive avanzate rappresentano «la traiettoria fondamentale per la creazione di valore sostenibile per le compagnie assicurative».

Il mercato italiano dell’assicurazione Rc auto presenta una «marcata eterogeneità nei risultati tecnici», con una «netta polarizzazione della redditività tra le compagnie italiane». Il combined ratio aggregato del settore, infatti, si mantiene a livelli «critici» (circa il 100,2% nel 2024), con una «netta distinzione» tra un terzo delle compagnie assicurative «che opera in profitto» e detiene il 70% dei premi, e i restanti due terzi degli operatori che «sono in perdita tecnica». È quanto evidenzia un’analisi di Crif (azienda globale specializzata in sistemi di informazioni creditizie e di business information, analytics, servizi di outsourcing e processing) da cui emergono «profonde differenze» nei risultati tecnici tra le compagnie italiane.
La differenza «non è attribuibile all’efficienza operativa (o expense ratio), ma all’eccellenza tecnica nella valutazione e gestione del rischio (loss ratio)». In questo senso, l’adozione di nuove tecnologie fondate sull’intelligenza artificiale e l’integrazione di variabili predittive avanzate rappresentano «la traiettoria fondamentale per la creazione di valore sostenibile per le compagnie assicurative».
Nel 2024, il combined ratio del segmento Rc auto italiano è stato leggermente negativo, con un loss ratio attestato a 79,9%. Tuttavia «le metriche aggregate non riflettono appieno la reale condizione di mercato».
Giuseppe Dosi, head of insurance di Crif, ha fatto notare come, secondo un’analisi disaggregata che ha condotto la società sulle principali 35 compagnie assicurative italiane, emerga «chiaramente un quadro che presenta ‘vincenti e perdenti’».
Lo studio ha evidenziato, infatti, «un divario importante di circa 13 punti percentuali nel combined ratio tra questi due gruppi. Tale differenza è interamente imputabile al loss ratio, mentre l’expense ratio si mantiene comparabile, suggerendo che la differenziazione competitiva risieda primariamente nella capacità di pricing e selezione del rischio», ha spiegato Dosi. «Incrociando la performance tecnica e la dimensione delle compagnie analizzate emerge chiaramente come la dimensione giochi un ruolo determinante nel decretare il successo o la fragilità di un’impresa assicurativa. La soglia del 3% di quota di mercato sembra fungere da spartiacque per i risultati operativi».
Da un lato, le realtà più piccole, «che si collocano sottosoglia, mostrano nella maggior parte dei casi un combined ratio superiore al 100%, segnale di una gestione tecnica che fatica a trovare equilibrio, probabilmente a causa di una massa critica di clienti e dati insufficiente per analizzare correttamente i rischi, e risorse limitate da investire nella sofisticazione tecnica. Tuttavia, si osservano anche eccezioni virtuose: piccole compagnie “di nicchia” che riescono a mantenere un’ottima redditività grazie a una buona selezione del rischio».
Dall’altro lato, le imprese assicurative di grandi dimensioni, con una quota di mercato superiore al 3%, vedono un andamento tecnico migliore. «Questi leader di mercato beneficiano della ricchezza informativa connessa a una vasta base dati clienti e sono più strutturati e propensi all’investimento nella ricerca e sviluppo per la valutazione del rischio». (fs)
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