«Solo 13 milioni di italiani usufruiscono oggi di forme sanitarie integrative, circa il 22% della popolazione, uno dei dati più bassi in Europa», dice l’amministratore delegato e direttore generale di Rbm Assicurazione Salute.

Istituire in tempi brevi un vero e proprio secondo pilastro sanitario universale, così come il servizio sanitario nazionale, per raddoppiare il diritto alla salute degli italiani. È quanto da tempo va sostenendo Marco Vecchietti, amministratore delegato e direttore generale di Rbm Assicurazione Salute.
I dati dell’ultimo rapporto Rbm – Censis Sanità Integrativa (2017-2018), basato su un campione di 90 forme sanitarie integrative e oltre 4,5 milioni di assicurati, hanno messo in luce che sono oltre 8,3 milioni le prestazioni sanitarie pagate dalle forme sanitarie integrative per un ammontare complessivo di 3,6 miliardi di euro e un valore medio di rimborso di 433,15 euro per assicurato. Quasi 4 milioni di prestazioni specialistiche, poco meno di 3 milioni di cure dentarie e oltre 1 milione di diagnosi precoci. Un aiuto per le famiglie italiane, soprattutto per i redditi medio bassi (3 cittadini su 10 gli assicurati con redditi inferiori a 35.000 euro). C’è da dire, però, che sono solo due italiani su 10 che oggi possono accedere a una forma sanitaria integrativa.
«Attualmente la sanità integrativa intermedia 5,8 miliardi di euro di spesa sanitaria, ossia il 14,6% circa della spesa sanitaria privata totale, dato inferiore a quello della maggior parte dei paesi Ocse, nei quali al sistema di tutela sanitaria di base si affianca, su base istituzionale o volontaria, un secondo pilastro sanitario aggiuntivo», ha affermato Vecchietti, che a febbraio scorso è stato invitato come esperto del settore dalla XII Commissione Permanente Affari Sociali della Camera dei Deputati a presentare una relazione sulle caratteristiche principali e sulle potenzialità della sanità integrativa e dell’assicurazione salute nel nostro Paese nell’ambito dell’indagine conoscitiva che la Commissione ha avviato in precedenza.
«Le potenzialità del settore e i benefici a esso correlati sono però molto elevati: a fronte di 3,9 miliardi di euro di contributi lordi versati nel 2018 il totale dei rimborsi pagati ammonta a 3,6 miliardi di euro, dato in crescita di ben il 30% rispetto al 2017. Il rapporto tra premi e rimborsi, comprensivi delle spese di liquidazione (in media pari al 5%), supera quindi il 90% (92,30%) a dimostrazione di un modello organizzativo efficiente e improntato a garantire livelli assistenziali coerente con i contributi versati dai cittadini e della aziende».
Delle 8,3 milioni di prestazioni sanitarie rimborsate dalla sanità integrativa nel corso del 2017, l’1,84% (153.066 prestazioni) hanno natura ospedaliera, il 45,26% (3.761.873 prestazioni) sono di tipo extraospedaliero (specialistica e diagnostica), il 34,88% (2.898.897 prestazioni) sono cure odontoiatriche, il 3,14% (260.574 prestazioni) corrispondono a rimborso dei farmaci, il 14,14% (1.175.150 prestazioni) riguardano il finanziamento di protocolli di diagnosi precoce mirati a contrastare l’insorgenza di malattie croniche non trasmissibili e lo 0,74% (61.734 prestazioni) una serie di prestazioni sanitarie minori.
«Solo 13 milioni di italiani usufruiscono oggi di forme sanitarie integrative, circa il 22% della popolazione, uno dei dati più bassi in Europa», ha fatto notare Vecchietti. «Eppure la sanità integrativa, per chi già ha avuto modo di sperimentarla, garantisce grandi vantaggi. Il livello di rimborso delle cure pagate di tasca propria, infatti, è di oltre 2/3. Alla luce di questi dati bisognerebbe pensare a come estendere presto a tutta la popolazione questo importante strumento di protezione sociale, superando posizioni ideologiche e preconcette che mirano a sottrarre queste importanti tutele a chi le finanzia già da anni con il proprio stipendio». Per questo, insiste Vecchietti, «bisognerebbe istituire un vero e proprio secondo pilastro sanitario universale così come il servizio sanitario nazionale per raddoppiare il diritto alla salute degli italiani».
I dati del rapporto Rbm – Censis mostrano come a essere priva di una copertura sanitaria assicurativa e a dover quindi scegliere se attingere ai propri risparmi per curarsi, o peggio ancora rinunciare alle proprie cure, sia la gran parte della popolazione che versa in stati di fragilità, cioé gli anziani e i cronici e non autosufficienti. (fs)
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