L’AI ENTRA CON FORZA NELL’OPERATIVITA’ DELLA MEDIA IMPRESA ITALIANA, MA…

L’indagine dell’Osservatorio Cineas – Prometeia 2026 ha evidenziato come sia ancora bassa la percentuale delle imprese in possesso di competenze adeguate per gestirne i rischi.

«L’intelligenza artificiale entra con forza nell’operatività della media impresa italiana, ma occorre rilevare la sfida di gestirne le vulnerabilità, in particolare la sicurezza dei dati». È quanto ha evidenziato l’Osservatorio Cineas – Prometeia 2026 (l’indagine annuale condotta dal Consorzio universitario fondato dal Politecnico di Milano) su un campione rappresentativo di 380 medie imprese italiane (fascia 50-499 addetti), con il sostegno di Allianz, Ardonagh Italia, Chubb, Reale Mutua, Zurich e Vhv Assicurazioni.

Secondo l’indagine, il 66% delle medie imprese ha già adottato o ha sperimentato l’AI (+6% sul 2025), con un utilizzo concentrato su produzione e automazione (28%), progettazione (24%), tracciamento prestazioni e test qualità (23%), customer care (21%) e sicurezza dei dipendenti (20%). I principali vantaggi percepiti riguardano soprattutto l’operatività interna dell’impresa: l’efficienza organizzativa (39%), la velocità di elaborazione dati (36%) e l’ottimizzazione dei processi (31%).

Ma l’AI porta con sé anche nuove preoccupazioni: la sicurezza e la protezione dei dati innanzitutto (31%), che ha superato la paura della sostituzione del lavoro umano (29%). Poi ci sono le crescenti incertezze legali / normative (26%) e i costi di investimento (22%). Su tutto, si rileva il problema della preparazione delle maestranze: tra le aziende che utilizzano l’IA, solo il 13,5% ritiene di avere competenze perfettamente adeguate a gestire la loro applicazione e i rischi. Per colmare il divario, ci si concentra sulla definizione di policy interne di utilizzo (45%), e sull’aggiornamento delle competenze digitali (39%) con l’erogazione di corsi di formazione (26%).

Tra gli altri rischi, si sottolinea la crescente importanza degli eventi climatici estremi: il 21% delle medie imprese ha subìto danni negli ultimi anni, che hanno riguardato principalmente strutture ed equipaggiamenti (41%), interruzioni dell’attività (28%) e rischi per la sicurezza dei lavoratori (28%). Circa un terzo delle aziende colpite non aveva attivato alcuna misura preventiva o copertura. Tra coloro che avevano invece adottato contromisure, le polizze assicurative (49%) e la formazione alle emergenze (43%) sono le azioni più diffuse, con un indice di efficacia percepito elevato (76%). Il 68% delle imprese ha dichiarato di disporre di sistemi di monitoraggio Esg (72% nelle grandi contro il 65% nelle medio-piccole), ma solo il 18% monitora esplicitamente il rischio climatico.

Tra gli intervistati, il 58% delle imprese ha registrato almeno un sinistro negli ultimi 24 mesi (infortuni per il 20%, difettosità prodotto per il 18%, catastrofi naturali per il 16% e cyber risk per il 15%). Per tutelarsi, le aziende stipulano in media 6 polizze assicurative. Le più diffuse sono: incendio (96%), infortuni (87%) e catastrofi naturali (86%), mentre le coperture geopolitiche sono al 23%. Il cyber risk si attesta al 42% e permane un gap significativo tra il desiderio di assicurarsi per i rischi cyber e la possibilità o la capacità di accedere ad una copertura adeguata. Il budget assicurativo viene utilizzato per la quota maggiore dagli infortuni (24,3%), seguiti da incendio (21,4%), catastrofi naturali (18,4%) e cyber (13%).

L’analisi dei rischi sta progressivamente scalando i vertici aziendali: il 62% mappa i rischi a livello di Cda e il 75% applica un metodo di gestione strutturato (35% sistema integrato, 41% segmentato). La figura del risk manager è quella incaricata per la supervisione (42%), seguita dal titolare di impresa (22%) e dal cfo (19%). La formazione diventa sempre di più la prima arma per la prevenzione: il 72% delle aziende ha in programma corsi specifici sui rischi, finanziandoli per il 69% con risorse proprie e rivolgendosi sia a dipendenti sia a dirigenti (63%). I temi prioritari sono: leggi e regolamenti (52%), cybersecurity (42%), nuove tecnologie (41%), soft skills manageriali (39%) e sostenibilità/Esg (38%). Per il futuro, inoltre, il 75% prevede di mantenere o aumentare gli investimenti in formazione sul rischio. (red)

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