La senior professor dipartimento di management e tecnologia presso la Bocconi difende a spada tratta il modello delle Pmi e sbotta di fronte al fenomeno del momento: l’acquisizione delle piccole e medie realtà da parte di fondi o di grandi gruppi internazionali. Secondo lei la strada per crescere non può essere solo questa…
«Il broker assicurativo di piccola o media dimensione? Non per forza è condannato a vendere. Il suo futuro non necessariamente deve essere questo. Il tema del “sei piccolo e allora non sei bello”…è un falso mito. Ogni società trovi la dimensione giusta per competere nel proprio territorio: per qualcuna sarà di 2 milioni di euro di commissioni, per qualcun altro sarà 5, per qualcuno andranno bene 15 dipendenti, per qualcun altro 50…e se è necessario crescere e allora è opportuno farlo. Occorre ragionare caso per caso senza farsi prendere da complessi…». Parola di Marina Puricelli (foto sopra), senior professor dipartimento di management e tecnologia presso l’Università Bocconi, che ha espresso la propria opinione intervenendo a un evento organizzato dal Consorzio Brokers Italiani qualche settimana fa a Milano. E il titolo del suo intervento era inequivocabile: Quando la qualità batte la dimensione: un modello per i broker del futuro.
Puricelli si occupa di Pmi da circa 35 anni. È un mondo che difende a spada tratta motivando questa convinzione con argomentazioni logiche, oltre che oggettive. E sbotta di fronte al fenomeno del momento: l’acquisizione, senza colpo ferire, delle piccole e medie società di brokeraggio italiane da parte di fondi o di grandi gruppi internazionali. Secondo lei la strada per crescere non può essere solo questa…
PMI GENERATRICI DI RICCHEZZA – Ma perché Puricelli sta dalla parte delle Pmi? L’Italia, ha affermato, ha un modello di capitalismo «unico al mondo, un consorzio nazionale perché è uguale il modo di fare impresa da Bolzano a Pantelleria…Un modello che tiene conto di quattro caratteristiche, che rappresentano un unicum in tutto il mondo: la piccola dimensione delle imprese, la proprietà familiare, la guida imprenditoriale e la vocazione in prevalenza manifatturiera».
Si tratta di un modello «che ha posto, negli ultimi anni, la nostra “povera” Italia al settimo – ottavo posto nella classifica delle economie mondiali e questo grazie a 4,5 milioni di Pmi presenti nel nostro Paese. Non mi sembra che sia un pessimo risultato. Anzi. Aggiungo che nel 2025 siamo stati quarti al mondo per esportazioni, anche in questo caso grazie alle Pmi».
Questi risultati, ha sottolineato Puricelli, evidenziano come il modello tenga e come la piccola e media impresa sia stata capace di «generare ricchezza e di lasciarla sul territorio». Ergo: «Se in Italia cancelliamo il modello della piccola e media impresa familiare non ci resta nient’altro…».
NULLA E’ IMPOSSIBILE – Nulla è impossibile a una piccola e media impresa e nulla è impossibile a un broker assicurativo ben gestito. Lo ha ripetuto spesso Puricelli, ma guai a pensare che siano tutte rose e fiori, così come guai a demonizzare la grande impresa. «Trovo completamente sbagliato continuare a ripetere che “piccolo è brutto”, “familiare non va bene” e che “bisogna aprire ai fondi”, “quotarsi in Borsa”. No, non ci siamo. Io valorizzo il modello delle Pmi, ma mi pare evidente come non tutte loro siano gestite in maniera “divina”. Non tutti i broker appartenenti al modello sono ben gestiti…».
Allo stesso modo, ha puntualizzato Puricelli, non si può promuovere a tutto tondo il modello opposto, quello della grande impresa. «Io non sono contro la grande impresa», ha sottolineato, «ma dico: ognuno ha la sua storia, ognuno faccia il proprio gioco…». È facile, però, ha osservato Puricelli, immaginare «le parcelle che stanno dietro una operazione di merger and acquisitions. Parliamo di percentuali e si comprende bene quanto chi fa questo mestiere spinga sulla realizzazione di una compravendita…Dietro ci sono interessi economici di chi punta al brevissimo periodo e a cui della società acquisita, magari familiare, non gliene frega assolutamente nulla..I fondi? Vivono di breve».

IL PARADIGMA DELL’IMPRESA PICCOLA / MEDIA “FORTE” – Puricelli, in sostanza, ha invitato le piccole e medie società (anche di brokeraggio assicurativo) a fare una riflessione, a pensare a un cambio di paradigma, per certi versi «clamoroso». Così lo ha definito. «L’idea è passare dal paradigma della grande impresa managerializzata, finanziarizzata, che è quello che generalmente si intende vendere come un modello vincente, al paradigma dell’impresa forte». E quali sono le peculiarità che deve avere una piccola / media impresa familiare forte? Puricelli ne ha indicate alcune.
Innanzitutto una sensibilità di lungo periodo. È cioè «capace di visione, guidata da imprenditori che colgono l’occasione molto spesso di alzare la testa e di guardare al futuro. L’imprenditore forte ha la capacità di ragionare nel lungo periodo, anche con riferimento al tema annoso del passaggio generazionale, che anticipa per tempo. Ragiona a lungo termine anche nel rapporto con il personale dell’impresa, non lo concepisce come un flirt, ma come una convivenza, se non addirittura come un matrimonio».
Seconda caratteristica dell’impresa forte è il confronto sistematico con chi è più avanti. «Non ha paura di confrontarsi, anche all’interno di un consorzio o di un’associazione, dove inevitabilmente c’è qualcuno che è più avanti. Questo non deve dare fastidio, anzi deve diventare un modello da cui prendere spunto», ha sottolineato Puricelli. E il confronto ci deve essere anche «con i clienti dell’impresa, quelli avanti, quelli forti, quelli sofisticati, sono un “master gratuito”. E anche con scuole e università. Se l’imprenditore è attento vedrà cose interessantissime».
Terzo punto dell’impresa forte è che è specializzata. «Fa sempre meglio quello che sa fare e non corre dietro alle mode della “diversificazione”, del “faccio tutto e il contrario di tutto”, del “vado bene per qualsiasi stagione” e del “sono buono a vendere qualsiasi cosa”», ha evidenziato Puricelli che allo stesso tempo ha precisato: «Diversificare sì, ma in modo correlato».
Quarta caratteristica dell’impresa forte è che ha un posizionamento «tutto centrato sulla qualità, sui servizi e sull’innovazione. L’impresa forte evidenzia ai suoi clienti una qualità che anche chi non è del settore la percepisce come distintiva e diversa».
Infine, l’impresa forte «dedica molto tempo, testa e energie mentali a studiare forme di accordi, di alleanze, di cooperazione con altri soggetti del business. Non pensa solo alla sua organizzazione interna, ma strategicamente anche a quello che avviene ai confini del suo piccolo impero. Le imprese forti capiscono, a seconda del momento storico, che se c’è bisogno di cooperare, di mettersi attorno a un tavolo e unire le forze per crescere restando piccoli sono pronte a farlo».
Fabio Sgroi
© RIPRODUZIONE RISERVATA










